Sostienici con le donazioni

Home » Letteratura » La tempesta del tempo

La tempesta del tempo

La tempesta del tempo di Bernardo Santos,  in edizione bilingue  (Ensemble, 2024 pp.  180,  € 18,00 ) tradotta in italiano da Dalila Colucci e dallo stesso autore, è una silloge complessa, ricca di temi ed emozioni. Un’opera-mondo, come l’ha definita Marco Onofrio nella sua esaustiva nota critica. Bernardo Santos, poeta e traduttore spagnolo, fa un’attenta disanima della società occidentale, di cui svela limiti e ingiustizie, con la consapevolezza  di chi sente la responsabilità del dire : “il peso di chi deve scrivere e la gioia di farlo”. La complessità del libro è immediatamente dichiarata dall’ enigmatica immagine di copertina che ritrae  un uomo qualunque, “ una comparsa”, in bombetta ed impermeabile, insegne di uno status anonimo, seduto di fronte alle onde  del mare. Un osservatore  non privilegiato, allusivo allo status del poeta, uomo comune non diverso dagli altri uomini: “ Ero lì, appartenevo, collaboravo./ Uno dei tanti nella folla….”mentre osserva la società : “poeta in servizio a Siviglia…sensibile al vostro grido,/ al vostro silenzio,/sensibile a chi crolla”.  Ma il libro ha anche altre soglie :  le ampie citazioni in esergo da H. Bergson e G. Deleuze, le poesie Autoritratto e La tempesta del tempo, da cui il titolo, e  l’Omaggio appassionata sintesi dei film più amati. In queste soglie Bernardo Santos dichiara i fondamenti della sua poesia come pure il sentimento di dovere promuovere e collaborare con la sua scrittura alla trasformazione e al miglioramento della società. Il poeta si definisce mesetario, serrano, pinariego ma anche portegno e andalusì, mediterraneo  e per sogno mesoamericano.  Ha conosciuto nella sua casa la borghesia del suo tempo, ma per scelta anche la periferia, la povertà, l’ingiustizia, si è entusiasmato alle grandi cause, animato dal desiderio di “abbracciare il tutto” (non ostante questo  sia al di là della percezione umana dell’infinito ) e di dare voce al  “pluriverso umano” , condividendo la sua poesia  con gli  altri poeti. La poesia, dice Bernardo Santos, non può restare indifferente ai problemi sociali ed ecologici d’oggi  e deve spronare al senso critico: “ Bisogna cambiare tutto, tutto, tutto, cioè/ricerca e scienza, tecnologie, processi agricoli,…il modo in cui ci prendiamo cura di noi stessi,/…le pratiche sociali, l’arte, la cultura…Un nuovo mondo/ in cui tutti sono coscienti/ della crisi planetaria…e/ partecipa attivamente, / sente che il futuro è suo…”. La tempesta del tempo, la poesia che dà il titolo , è metafora della Storia, vento di ponente che lega a una classe, a una terra, a una storiale genti che passano, passano, passano. È  il vento della Storia che si fa poesia che parla del  lavoro, “ i petti gonfi  e le schiene curve” , e del veloce scorrere del tempo. È un vento impetuoso che porta vitalità e speranza, “ purifica i puri e resuscita i vivi, che tende a un’umanità rinnovata dalla comprensione e dalla solidarietà, “da uno sforzo di gemellaggio”: “Tutto ciò che i tuoi occhi sognano/ che le tue mani vorrebbero afferrare,/è possibile. Basta mettersi d’accordo”. Per questo il poeta critica la società odierna : “Nella messe umana contemporanea,/nella fitta foresta della specie/ che esiguo numero di nessi!” Una testimonianza di vita, di scelte, di pensiero è La tempesta del tempo   che comprende tutto quanto ha orientato  lo sguardo  dell’autore sul divenire interiore delle cose. Ma è anche  un invito alla riflessione sull’identità :” noi siamo quel che è coperto,/ la nudità dietro la farsa…” per cui  la poesia deve testimoniare ciò che siamo/dar compimento al conosci te stesso”. Questa l’etica, la fede di Bernardo Santos che, turbato dall’”enorme legione di vittime”, avverte un forte sentimento di riparazione che trova fondamento nella considerazione dell’eguaglianza degli uomini tutti egualmente governati/ dalla legge di gravità… Ogni vita è importante…perché in ogni essere umano / c’è una scoperta..”. La tempesta del tempo non indugia nella memoria, spesso compagna della poesia, perché questa non offre rifugio, anzi è smemorata ed ingannevole, è “ la regina del trompe-l’oeil…Il passato è sabbia in un giardino zen…Al passato diamo un presente/sempre una seconda possibilità”. Tuttavia nel giardino zen ogni sasso è significativo in se stesso ma anche in relazione alla disposizione di tutto il  resto. Allo stesso modo  in Bernardo Santos è forte il senso del contesto storico-sociale  e delle relazioni umane. Il progetto di un mondo migliore, auspicato nel libro, è realizzabile secondo il poeta proprio per la fiducia  nelle capacità dell’uomo  nel momento in cui cessa di essere un automa legato alla legge del profitto e della produzione e si riappropria del fare per la comunità :”sappiamo fare del fango un vaso,/ della massa una pagnotta,/della stoffa un vestito”. Alla conoscenza deve seguire il fare, per questo la silloge distingue il  Tanto que sentir-Tanto da sentire e il  Tanto por acer-Tanto da fare. Tanto que  sentir  è un’autorappresentazione che cerca una relazione con l’altro. Tanto por acer mira a ritessere il legame fra uomo e mondo, a partire  dalla credenza in questo mondo. È il progetto di “un nuovo mondo” nel quale il poeta canta per tutti l’alba che arriva: “Apriti alla folla /.Cosa fai solo?… Esprimi un giudizio ….Sforzati per la pace e giustizia…perché la tua felicità sta in questa lotta. Ciò che ignoriamo possa essere conosciuto…. Tutto almeno,/per dare continuità/ all’eredità della liberazione,/alla forza del futuro”. Nella terza sezione Escenas-Scene si percepisce un’atmosfera borgesiana. Personaggi anonimi di epoche diverse, emblemi dell’origine e degli elementi costitutivi di quella civiltà ricca e complessa a cui il poeta sente di appartenere. Le Scene non  rappresentano una verità storica, ma semplicemente come il poeta la interpreta e la rivive. I personaggi sono animati da sentimenti eterni come l’amore e la paura, ricercano il libero pensiero, la solidarietà, la libertà, il sogno di una nuova vita, la poesia. Le Scene concludono l’opera rendendone evidente il ritmo  ascensionale che conferisce   alla silloge un senso universale. Non è casuale che il Marinaio dell’ultima scena dica: “finalmente ci saranno cose da raccontare,/cose grandi, degne di Ulisse…”, citando l’eroe navigatore e le tempeste.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *